5. gen, 2018

Breve storia della pallacanestro femminile in Italia, tra sport e cambiamenti sociali

Interessante articolo che racconta la storia della pallacanestro femminile in Italia. La fonte è un breve saggio storico, proviene quindi dal mondo accademico e non da quello cestistico, e racconta non solo la storia sportiva ma anche il suo importante rapporto e influenza reciproca con l’emancipazione della donna durante il secolo scorso.

L’articolo originale è stato in parte ridotto per poter essere fruibile su questo sito: chi fosse interessato può trovare l’originale completo, scritto da Saverio Battente, Professore di Storia Contemporanea all’Università di Siena, sul sito Storia e Futuro: http://storiaefuturo.eu/la-pallacanestro-femminile-in-italia-prospettive-di-ricerca

La pallacanestro femminile in Italia: prospettive di ricerca.

Tra Otto e Novecento, anche in Italia, la dimensione sportiva iniziò timidamente e non senza ambiguità e contraddizioni a strutturarsi come elemento della costruzione della nazione. Al suo interno si aprì anche un timido spazio per la pratica sportiva al femminile, di cui la ginnastica con intenti educativi ed igienici finì per esserne la matrice distintiva. In simbolica continuità infatti con la tradizione della classicità, e coerentemente con il ruolo e l’influenza esercitata da questa sui valori ed i sistemi educativi dell’Italia del tempo, la pratica fisica al femminile per le figlie delle classi più agiate trovò un nobile precedente ed una legittimazione addirittura nei testi omerici, come la figura di Nausicaa stava a testimoniare. La ginnastica in rosa doveva contribuire alla formazione delle future donne italiane in qualità di mogli e madri. Proprio in questo contesto Siena fu la porta che introdusse anche in Italia la pallacanestro, con una chiara e dichiarata connotazione femminile, all’interno del perimetro dell’educazione fisica, monopolizzato dalla ginnastica. Partendo dalla provincia quindi il basket femminile, nel corso del “secolo breve”, accompagnò la storia sociale del paese, contribuendo a connotarla in modo originale ed essendone influenzato, finendo per esserne un peculiare caleidoscopio tramite cui osservare alcuni degli snodi e delle criticità problematiche sottese alla storia di genere in Italia e del suo percorso verso l’emancipazione e la ricerca della parità.

Il basket, per i suoi natali, poteva essere un potenziale volano in tale direzione anche in Italia. La pallacanestro infatti era una diretta emanazione delle società anglosassoni, in cui più sentita era stata la genesi delle rivendicazioni di genere, sommando al suo interno elementi educativi, salutistici e ludici centrati sulla figura femminile.

La stampa specialistica collegata alla pallacanestro in rosa, seppure (o proprio) per la sua natura di nicchia, può rappresentare un utile strumento di riflessione tramite cui vedere anche la genesi e lo sviluppo di una questione di genere in Italia ed i cambiamenti sociali ad essa sottesi.

Le origini in età liberale.

La questione femminile in Italia aveva tardato ad affermarsi, riproponendo un predominio di genere di un mondo maschio, retaggio di una società profondamente rurale. Già in età liberale, comunque, alcuni timidi cambiamenti del costume, legati alla donna, avevano iniziato a muoversi.

Sebbene in modo pacato e timido, e senza rompere con gli schemi della tradizione, in tale contesto lo sport rappresentò agli inizi del Novecento un elemento capace di promuovere se non un’emancipazione di genere quanto meno un elemento di apertura verso una nuova sensibilità nei confronti dell’universo femminile, con profonde differenziazioni geografiche e sociali tra nord e sud e tra metropoli e provincia.

La pratica fisica del resto, in età vittoriana nel Regno Unito, si era sviluppata nell’universo femminile dei ceti aristocratici ed alto borghesi congiuntamente con la diffusione della frequentazione di terme e l’introduzione di diete, con fini igienico salutisti, e accompagnata talora dall’elemento ludico. Questo aveva avviato un primo contributo all’impulso di una moda legata alla pratica fisica, purché non in conflitto con la morale, confermando assieme all’impatto educativo la centralità dell’elemento estetico sotteso allo sport in rosa. Progressivamente nel Regno Unito, come in Francia, Germania o negli Stati Uniti, la pratica fisica riservata alle donne (tanto nella sua organizzazione affidata alla società civile quanto allo Stato) aveva lo scopo di allargarsi a tutti ceti, con particolare attenzione a quelli più bassi e una valenza educativa verso il ruolo riservato loro in seno alla nazione.

In Italia, al contrario, il fenomeno ginnico rimase molto più circoscritto ed elitario, nonostante un’importante propaganda a rimorchio della riforma De Sanctis del 1878, continuando a privilegiare l’elemento educativo, sebbene ritardando l’inserimento di tutte le classi sociali nella nazione.

La pallacanestro, nello specifico, rientrava proprio tra quelle discipline sorte in seno alla ginnastica con fini educativi delle future madri e moglie italiane dei ceti medi borghesi, di città come di provincia; sommava elementi igienico-educativi, con quelli ludici; inoltre, in potenza, poteva essere aperta a tutti i ceti sociali, praticata nelle grandi aree metropolitane come in provincia, da nord a sud della nazione. Nella prassi, invece, in età liberale, finì per riguardare quasi esclusivamente le classi medio-alte del centro nord del paese, ruotando intorno alle realtà urbane di medio grandi dimensioni. Lo sport femminile, prima della grande guerra, in Italia, rimaneva un fenomeno dilettantistico e circoscritto, rivolto alla fascia generazionale giovanile, in sintonia con la sua vocazione educativa, propedeutico al futuro ruolo in società di madri e mogli.

Ida Nomi Pesciolini, professoressa senese, nel 1907 aveva istruito un gruppo di giovani ginnaste senese della Mens sana in corpore sano alla pratica di questa nuova disciplina, appresa attraverso la traduzione dall’inglese di alcuni regolamenti provenienti dal Regno Unito, giunti a Siena per il tramite della locale comunità di sudditi di Sua Maestà. Regolamenti non necessariamente fedeli nei confronti di quello di Naismith.

La “Palla al cerchio” era stata presentata come un “gioco ginnastico per giovinette”, ricollegandosi alla medesima suggestione che aveva avuto anche in Inghilterra (dove nel 1895 era per la prima volta approdata dagli Usa) stando alla definizione datane nel dizionario che recitava “pratica simile al calcio ove le porte sono gabbie di ferro, poste agli estremi di una palestra” da ritenersi “gioco da ragazze” (Oxford English Dictionary 1895).

La pallacanestro femminile europea, tuttavia, pur derivando dagli Stati Uniti, prese una sua traiettoria originale rispetto al paese di provenienza. Infatti nel vecchio continente da subito le regole di base del gioco furono equiparate tra pratica maschile e femminile, mentre negli Usa per lungo tempo (sulla scia di un primordiale errore di valutazione del 1895 da parte di Clara Baer, del Newcomb College di New Orleans) avevano seguito un percorso parallelo e separato, di cui era emblematica la volontà di francesizzarne il nome in “ basquette” per renderlo più elegante.

Nel 1896 Senda Berenson, Direttrice del Dipartimento di educazione fisica dello Smith College di Northempton, aveva organizzato la prima partita di basket al femminile, negli Usa, dopo un esperimento l’anno prima a porte chiuse alla presenza del solo Naismith. L’inventore del gioco, in tale occasione aveva puntualizzato come, a suo dire, l’abbigliamento non fosse consono: calzando “scarpe da tennis … da passeggio” nessuna avendo rinunciato “ai lunghi vestiti stretti che andavano di moda” pur non consentendo “libertà di movimento” (Naismith 1895). Per motivi di pudore e morali del resto, la pratica introdotta in Italia dalla Pesciolini non era troppo diversa nell’abbigliamento previsto. Inoltre nel 1907 l’educatrice senese aveva istruito le sue allieve alla palla al cerchio permettendo l’impiego anche dei piedi per toccare la palla, frutto di una errata interpretazione di un regolamento tradotto e letto senza aver mai, probabilmente, assistito ad una sua rappresentazione pratica. L’opuscolo redatto, intitolato “Basketball”, distribuito il 27 aprile 1907, presso la palestra Sant’Agata di Siena, doveva anticipare l’effettiva prima manifestazione, poi annullata per mancanza di spazio e rinviata, appunto, a Venezia nel corso dello stesso anno.

Interessante inoltre notare come in questa fase pionieristica la pallacanestro femminile, così come quella maschile, non avesse acquisito una sua autonomia disciplinare ma fosse ancora una costola dell’Associazione di ginnastica, tanto a livello locale quanto a livello nazionale dove, appunto, dipendeva dalla Federazione nazionale ginnastica.

Lo sport della palla al cerchio femminile, non diversamente dagli altri sport italiani, non aveva dato vita ad alcun tecnicismo nella realizzazione di strumenti ed abiti ad hoc per la pratica. Le divise delle ragazze erano frutto di sartorie locali, non diversamente dagli altri abiti, indiretta conferma di una pratica diffusa solo tra i ceti borghesi benestanti. Inoltre lo sport al femminile era ancora lontano dal concepire una mentalità professionistica o anche solo ipotizzare la pratica sportiva come vettore di consumi. La matrice educativa ed igienica rimanevano l’elemento fondante, a cui si univa l’aspetto ludico, per una pratica dilettantesca e generazionale, tesa a contribuire alla formazione delle future madri e mogli della patria. Lo sport, infatti, veniva visto come un’ottima propedeutica per la procreazione.

La grande guerra e il contatto con le truppe americane avevano contribuito al decollo del basket come disciplina sportiva, tuttavia, privilegiandone una connotazione prettamente maschile. Dopo Siena, la pallacanestro femminile aveva spostato il proprio baricentro di sviluppo al nord, tra Legnano e Como.

Il decollo durante il ventennio fascista.

Nel 1924 Matilde Candiani aveva aperto una sezione di basket femminile presso la Pro Patria et Libertate di Busto Arsizio, vincendo l’Olimpiade della grazia a Montecarlo contro francesi e cecoslovacche. Sempre nel 1924 la Federazione ginnastica atletica femminile aveva dato vita ad un embrionale competizione nazionale vinto dal Club atletico di Torino, impostosi sull’U.S. Milanese. Il primo campionato ufficiale, invece, prese il via nel 1930 con la vittoria della Triestina. La Candiani, in merito ricordava come “il basket” fosse “uno tra i migliori giuochi adatti alla donna”. Affermava anche come “nessuna delle giocatrici” giocasse “per sé, ma per la squadra, poiché solo l’affiatamento e la collettività” potevano “dare la vittoria”. Il basket era uno sport non violento e per questo adatto alla grazia femminile. La natura presunta non violenta, del resto, era stato alla base anche della sua fortuna al maschile presso l’esercito durante il primo conflitto mondiale, come elemento di svago e distrazione dagli orrori del fronte.

La Candiani auspicava che il basket divenisse lo sport femminile per definizione, in ragione della sua armonia e grazia.

Il ventennio fascista vide il predominio di tre realtà cittadine: Trieste, appunto, Milano e Napoli. Interessante notare come a Milano vi fosse una pluralità di squadre cittadine, capaci di succedersi alla conquista del titolo: la Gioiosa, la Canottieri, l’Ambrosiana e il Guf. Quest’ultima denominazione, in linea con la strutturazione che dello sport aveva dato il regime, portò alla vittoria anche la squadra partenopea nel 1940-41.

A contribuire ad una timida iniziale fortuna del basket femminile, durante il regime fascista, furono anche i primi successi riportati in manifestazioni internazionali europee dalla nazionale azzurra, soprattutto contro le odiate cugine transalpine, diversamente dagli uomini le cui fortune furono più alterne. Nel 1930 aveva fatto il suo esordio la nazionale delle azzurrine proprio a Parigi contro le transalpine. Nel 1938, inoltre, le ragazze italiane avevano trionfato al primo campionato europeo, svoltosi a Roma, sui campi del Muro Torto, organizzato dalla Società ginnastica Roma, su pressione di Asinara di San Marzano, nei confronti della Fiba, battendo in finale le francesi per 34 a 19. Tale manifestazione vide l’esordio dei pantaloncini corti per le giocatrici lituane, francesi e polacche, ma non per quelle italiane. Il distacco invece con il basket d’oltreoceano rimaneva abissale: nel 1928 una selezione italiana era stata sconfitta a Milano, sul campo della Forza e Coraggio, dal Canada per 60 a 2.

Durante il ventennio, pur provando ad allargare la base sociale delle praticanti, la pallacanestro feminile continuò a mantenere come proprio obbiettivo quello di contribuire alla formazione educativa ed igienico salutista delle giovani italiane. Nella retorica del tempo emergeva l’accento posto sulla gentilezza, la bellezza e l’eleganza indotta dalla disciplina sportiva in questione, quale garanzia per la tutela e la formazione delle qualità delle donne italiane.

Il fascismo aveva molto enfatizzato il basket femminile, coerentemente con l’accento posto sulle competizioni internazionali a fini propagandistici, proprio in virtù delle vittorie riportate dalle ragazze italiane. Con il declinare di tali vittorie, durante gli ultimi anni del regime, l’interesse per la pallacanestro femminile andò scemando, pur rimanendo uno delle discipline più praticate dalle ragazze. Nel 1932 l’Italia inviò esclusivamente una squadra maschile alle Olimpiadi americane di Los Angeles.

L’ambiguità e la subalternità dello sport femminile rispetto ad una società maschilista durante il fascismo emergeva bene inoltre attraverso i canoni di bellezza delle atlete. La stessa pallacanestro confermava tali impostazioni di fondo: una visione dello sport al femminile educatore e salutista, centrato sula grazia, l’eleganza e la bellezza delle giovani italiane, ma sempre in modo morale e sobrio, a discapito dell’elemento agonistico e tecnico, a cui si preferiva, al massimo, quello ludico. Non solo in Italia, e non solo nella pallacanestro del resto, permaneva nello sport una netta separazione tra l’ambito maschile e quello femminile, in cui la parte estetica non poteva sconfinare in elementi anche solo velatamente androgini. La vincitrice delle competizioni di nuoto dell’Olimpiade di Los Angeles del 1932, Heleanor Holm, aveva dichiarato emblematicamente che se l’esercizio in vasca le avesse fatto assumere un tratto muscolare troppo maschile avrebbe immediatamente rinunciato allo sport .

L’abbigliamento stesso adottato sotto il fascismo per la pratica del basket fu molto sobrio. Si superarono gli anacronismi tardo ottocenteschi di una pratica sportiva della pallacanestro in gonne lunghe, scarpe da passeggio e ampie camicie, sostituite però da camicie a maniche corte, gonne sotto il ginocchio e scarpe da ginnastica, per rendere più dinamica la pratica senza rinunciare alla morale e all’identità femminile.

Interessante, ed emblematico, come la pallacanestro femminile tentasse di decollare, durante il regime, principalmente nelle grandi aree municipali, da nord a sud (ma soprattutto al nord), lasciando ai margini la provincia. Lontana era ormai la fase pionieristica di cui Siena ne era stato il prototipo.

Il fascismo aveva strutturato una macchina organizzativa dello sport il cui fulcro era lo stato, che per la sua funzionalità finì per essere la struttura portante del fenomeno sportivo in Italia anche dopo il crollo del regime. Anche il basket femminile, dopo le pionieristiche esperienze degli anni venti, aveva avuto una strutturazione in campionati a partire dal 1930. Si era trattato da prima di competizioni della durata di una o due giornate, dal 1924 al 1928, organizzate dalla Fiaf (Federazione italiana atletica femminile). A partire dal 1930 ad organizzarle e gestirle fu la Fip (Federazione italiana pallacanestro), incardinata nelle maglie dello stato. Il regime spinse molto per ridurre il numero delle squadre delle singole realtà municipali, cercando di legare ad ogni città una singola società. Emblematico il caso di Milano con la fusione tra Internazionale ed U.S.Milanese in Ambrosiana.

Dopo l’interruzione ne biennio precedente dovuta alla Seconda Guerra Mondiale, nell’autunno del 1945 riprese l’organizzazione del campionato nazionale di pallacanestro femminile. Non era più la nazionale il baricentro del movimento, ma il campionato per club, coerentemente con l’imbarazzo lasciato dal ventennio fascista circa l’utilizzo dell’idea di nazione. A trionfare fu la Reyer Venezia, richiamando alla memoria proprio uno dei luoghi dove la pallacanestro aveva avuto il suo incipit in Italia nel 1907.

Dal secondo dopoguerra al miracolo economico.

Il torneo assunse a partire dal 1945 la denominazione di seria A, mantenuta poi inalterata fino al 1979, in cui fu assunta la divisione in A1 ed A2.

Solo dal 1948-49, comunque si ebbe un campionato effettivo a nove squadre. Un ruolo centrale per l’organizzazione e la gestione lo ebbe da subito la Fip. Mancava in seno alla società uno slancio capace di sostituirsi al ruolo affidato alla mano pubblica, ereditato dal ventennio fascista. Così un ruolo centrale di indirizzo continuò ad averlo la Federazione. Furono momenti difficili: nel 1960 addirittura il campionato fu sospeso per problemi organizzativi.

I primi anni cinquanta furono segnati dal ruolo guida della Comense, nelle cui fila spiccava il nome di Lilly Ronchetti.

Il basket femminile in Italia, nel secondo dopoguerra, proseguì il percorso di ridimensionamento, in termini di praticanti e popolarità, già avviatosi durante la fase finale del ventennio fascista, sebbene per motivi diversi. Sul finire degli anni trenta era stato il venir meno della spinta propagandistica collegata ai successi internazionali della nazionale femminile, a sgonfiare la crescita del movimento. Nel secondo dopoguerra, fino al “boom” economico, invece, sarà la competizione con altre discipline in crescita a segnarne una certa stagnazione.

Obbiettivo principale della pallacanestro in rosa, in Italia, rimase anche nel secondo dopoguerra il consolidamento dell’autonomia raggiunta dalla ginnastica. Questo potenzialmente si prestava al superamento di un’idea di sport in termini di semplice educazione e profilassi alla salute, aprendo la strada verso un compiuto agonismo, sebbene pur sempre dilettantistico, condiviso formalmente con la maggior parte dello sport italiano. La mentalità piuttosto tradizionale però nei confronti dell’universo femminile, condivisa, sebbene per motivi diversi, tanto dalla tradizione cattolica, quanto da quella socialista, retaggio della comune base rurale, rappresentò un vincolo sensibile allo sviluppo dello sport al femminile, in generale, e della pallacanestro in rosa nello specifico.

Tuttavia il basket femminile, proprio per la sua battaglia per la raggiunta autonomia, ebbe un potenziale di rottura ed innovativo interessante, sebbene privo della forza necessaria ad impostare la crescita del movimento. Pur nella sua valenza elitaria, la pallacanestro italiana mostrò alcuni tratti di originalità che dettero un piccolo potenziale contributo all’emancipazione femminile.

Lo sport al femminile risentiva ancora, in Italia, anche nel secondo dopoguerra, di un pesante vincolo morale perbenista e velatamente maschilista che intendeva reiterare la funzione educativa, morale ed igienico salutista ereditata dal passato dello sport al femminile, ancorato ai ruoli propri delle tre emme, madre moglie e massaia, relegando la tra le mura domestiche piuttosto che in spazi pubblici per la pratica sportiva, attiva o anche solo passiva. Al contrario, una visione ludico agonistica della pratica sportiva, oltre ad allontanare dal focolare domestico e dai propri presunti compiti, necessitava, di un genere di abbigliamento e di movenze non consone per quella che veniva ancora percepita come la morale comune, soprattutto in certe aree geografiche del paese. In questo la pallacanestro femminile mostrò alcuni tratti originali. La necessità di sciogliersi dal vincolo con la ginnastica, infatti, aveva impresso al basket in rosa la ferma volontà di rompere con un’impostazione dello sport come educazione ed igiene salutistica, provando ad incamminarsi verso un compiuto agonismo. In tal senso quindi l’ideale estetico di grazia, armonia e bellezza che ne aveva contraddistinto gli esordi veniva ora messo in discussione, per dar spazio al momento atletico e tecnico. Questo aveva, più o meno volontariamente, aperto ad una visione androgina della donna atleta, dove la forza, la velocità e la potenza, abbinate al gesto tecnico stavano progressivamente soppiantando grazia ed eleganza.

Diversamente da altre discipline, quindi, per la pallacanestro l’aspetto estetico rimase, a partire agli anni sessanta un tratto meno visibile e vincolante. Le giocatrici, per la loro statura e per le logiche proprie dello sport stesso, non rappresentavano necessariamente modelli di estetica e di grazia, quanto piuttosto di forza, atletismo e tecnicismo. Ormai lontani erano i tempi in cui, in seno alla ginnastica, la palla al cerchio, era stata concepita come un gioco per signorine. Lontana era l’intonazione della Candiani o della Pesciolini che avevano visto nel basket un esempio di leggiadria per fanciullette, i cui precedenti ideali sulla scia dell’importanza degli studi classici potevano risalire fino all’esempio di Nausicaa e del gioco con la palla narrato da Omero nell’Odissea. In questa fase, quindi, non fu la consapevole ricerca di una originalità ed autonomia di genere a guidare le cestiste italiane, nei confronti dell’universo maschile, ma la ferma volontà di raggiungere e difendere un’autonomia di disciplina nell’alveo della pratica sportiva, ad imitazione di quella maschile. Ciò passava anche attraverso il prolungamento dell’età preposta alla pratica, svincolata dall’età della formazione, per abbracciare quella della parabola di un atleta nelle proprie prestazioni. Indirettamente, comunque, tali conquiste sportive, per quanto sul momento inconsapevoli sul piano della parità dei sessi, contribuirono nei decenni successivi, alla conquista di un’autonomia di genere al femminile, anche in Italia.

Nel 1956 fece il suo esordio il Gruppo sportivo magazzini Standa Milano. Si trattava di un primo grande esempio di sponsorizzazione per fare del basket un traino verso i consumi di massa della galassia femminile. Era l’equivalente del Simmenthal Olimpia Milano a livello maschile. Inoltre per la prima vola i pantaloncini corti e le canotte avevano iniziato a prendere il posto di gonne e magliette anche per le ragazze sul rettangolo da gioco in Italia.

La Standa si pose come innovatrice per portare, attraverso cambiamenti nel gioco, cambiamenti indiretti negli stili di vita: Vanni Assente ricordava, in occasione dello scontro vinto contro la Recoaro nel 1967, come le motivazioni del successo riposassero nel fatto che “noi abbiamo giocato a basket loro … a palla al cesto”, enfatizzando la velocità ed il dinamismo di giovani coraggiose.

Nel 1953 vennero istituiti i primi campionati mondiali di basket femminili, vinti dagli Usa. Le competizioni internazionali significarono per il basket femminile in Italia anche una visione meno “autarchica” ed una comparazione con diversi modi di impostare lo sport al femminile. Da subito, nel clima della guerra fredda, si instaurò un forte dualismo competitivo tra la nazionale statunitense e la squadra femminile sovietica. Tale scenario si rifletté, sensibilmente, anche sul piano interno, in Italia. Da un lato infatti il modello sovietico sembrava indulgere a porre l’accento maggiormente sul collettivo, trasfigurando e sminuendo, oltre alle individualità, le diversità sessuali, in nome di un sentimento di comune uguaglianza e parità. Dall’altro, invece, il modello statunitense puntava proprio sull’individualismo, come potenziale strumento per contribuire al riconoscimento della parità di genere, attraverso lo sport.

La nazionale italiana femminile non prese parte ai mondiali del 1953, limitandosi a partecipare agli Europei per tutti gli anni cinquanta, peraltro con risultati mediocri. Solo nel 1964 si ebbe la prima esperienza mondiale, anche in questo caso piuttosto mediocre.

Il baricentro del movimento cestistico femminile italiano a partire dal secondo dopoguerra, passando per il boom economico e fino agli anni settanta, era nelle competizioni per club, rispetto alla nazionale (forse anche per la sua scarsa competitività). A seguito della vittoria riportata nel campionato del 1962, comunque, l’anno successivo l’A.P.Udinese prese parte per la prima volta alla Coppa dei campioni femminile, sebbene con risultati modesti.

La nazionale femminile di basket rimase comunque un punto di riferimento anche nel secondo dopoguerra, al di là dei risultati, per il movimento: come per il basket maschile infatti, il perno del movimento fu rappresentato dalla Fip piuttosto che dalle singole Leghe. Era il paradosso di un sistema centrato sui campionati per club, ma incapace di fare a meno dell’indirizzo della Federazione, specchio delle ambiguità e delle incongruenze del modo di concepire lo sport in Italia tra stato e società, in cui il modello statalista ereditato dal fascismo continuava a rappresentare la struttura portante del sistema, adattato al nuovo contesto.

Nel basket femminile in Italia fino alla fine degli anni sessanta, l’agonismo, svincolato da un ideale di armonia e grazia, era il tratto distintivo, pur nell’assenza di risultati prestigiosi. Tra metropoli e provincia, infatti, il basket femminile coltivava l’idea di ambire, per stile di gioco ed approccio, a imitare l’impostazione maschile, fatta di agonismo e competitività marcata. Questa era la rivoluzione combattuta, di carattere tecnico. Per questo la provincia non trovò difficile farla propria, in nome del lustro che primeggiare nello sport poteva dare alla piccola patria municipale, anche se fatto in rosa. La pallacanestro femminile comunque rimaneva saldamente in mano agli uomini: specchio di questo il fatto che la governance del basket in rosa fosse in Italia quasi esclusivamente maschile, così come la maggior parte della guida tecnica. L’emancipazione avviata era di tipo tecnico appunto, e non necessariamente culturale e sociale.

Tuttavia, la necessità e la volontà di dettare questa rivoluzione sportiva per emanciparsi dalla vecchia idea di basket, retaggio della ginnastica, aprendosi ad un’idea moderna di pallacanestro da parte del movimento cestistico femminile in Italia, pose il seme per una, magari sul momento non consapevole e poco visibile, rivoluzione culturale e di costume, che contribuì negli anni settanta ad una accelerazione dell’emancipazione del ruolo della donna. La scelta di imitare gli uomini nel gioco infatti, seppur dettata da ragioni tecniche, contribuì al consolidamento di una visione androgina della donna atleta. Ciò era riscontrabile anche, indirettamente, nella volontà di impiegare tute maschili per la pratica sportiva. Sul momento tale impostazione generale fu negativa in termini di popolarità e diffusione della pratica sportiva del basket femminile, relegandolo ad una zona di nicchia. La pratica infatti andò diminuendo, così come gli spettatori, in gran parte uomini. Ciò tuttavia aiutò a sdoganare un abbigliamento tecnico non visto come moralmente inaccettabile, proprio per la natura tecnica del gioco.

Dal ’68 agli anni novanta.

Tra gli anni del secondo dopoguerra e gli anni sessanta, quindi, il movimento cestistico femminile aveva assunto una nuova connotazione. Lasciatisi alle spalle i tratti educativi e salutistici, propri delle origini, una volta prese le distanze dal mondo della ginnastica, aveva intrapreso la rincorsa verso una originalità disciplinare, impostata sull’agonismo, a imitazione del modello maschile. Questo, non tanto come consapevole ricerca di una emancipazione di genere, attraverso lo sport, quanto piuttosto come desiderio di affermazione e legittimazione del basket in rosa. L’imitazione degli stilemi maschili però non dette uno slancio alla pallacanestro femminile, anzi, contribuì a relegarla in un limbo. L’eccessiva mascolinizzazione della pratica sportiva, in conflitto con l’ideale ancora imperante dell’angelo del focolare, creò disinteresse tra gli sportivi spettatori uomini, senza, al contempo, aprire nuovi scenari di attenzione tra le donne come potenziali spettatrici o praticanti.

Gli anni settanta comunque videro alcuni cambiamenti interessanti con le vittorie di Torino, di Sesto San Giovanni, di Milano e di Vicenza. In primo luogo il fenomeno delle sponsorizzazioni trovò nuovo slancio.

La Fiat, sulla scia della via indicata dalla Standa, in tal senso, fu innovativa. Del resto nel 1911 la Mens sana Siena aveva disputato proprio a Torino una gara dimostrativa, dando il via ad una consolidata tradizione nel maschile e nel femminile, come emblema di un intero movimento regionale.

La pallacanestro rosa provò ad essere percepita come uno dei vettori, tramite cui raggiungere potenziali consumatrici. Tra gli sponsor di maggior richiamo figuravano la Fiat a Torino, la Standa a Milano, la Recoaro e la Primigi a Vicenza, l’Algida a Roma e l’Eni a Priolo. Proprio il connubio a Torino con la Fiat aveva fatto affermare che “Torino basket vive solo al femminile” come era “risaputo”. In tal senso gli incontro casalinghi della Fiat di serie A erano lo spunto per fare del basket un elemento di traino per il turismo enfatizzando, a margine dell’evento sportivo, i musei e le prelibatezze tipiche della cucina piemontese.

Come per il basket maschile a muovere il movimento spesso erano anche imprenditori di piccole e medie dimensioni, frutto del miracolo, che vedevano nello sport un motore per reclamizzare i propri prodotti sul piano più interno che internazionale (in questo differenziandosi dal mondo maschile, attento ad entrambi) dedicato soprattutto ad un pubblico femminile Mancò però una presa vera come traino verso i consumi, anche solo in senso di genere: paradossalmente il basket maschile fu individuato come un brend di maggiore successo per i consumi della donna,  piuttosto che quello femminile, riprova di una società ancora lontana da una sua emancipazione, per il tramite dello sport, o almeno del basket. Le donne infatti, erano una fetta significativa di spettatrici del basket maschile, mentre non rappresentavano un volume significativo a livello delle competizioni rosa. L’universo femminile si era avvicinato al mondo del basket maschile come spettatrici rompendo la sacralità di genere dell’arena sportiva, per il tramite del minibasket, che aveva visto le madri coinvolte nell’avviamento allo sport dei loro figli.

A Milano, per il tramite della figura di Emilio Tricerri, imprenditore del carbone che aveva conosciuto questo fenomeno sorto negli Usa nel 1950 grazie ad un’idea di Jay Archer (oriundo italo calabrese che lo aveva sperimentato a Scranton, Pennsylvania) era nato nella palestra Forza e Coraggio il primo centro per il minibasket, poi imitato da Genova, Udine e Roma.

Anche il tecnicismo del materiale da gioco non aveva rappresentato un vero volano di sviluppo per lo sport femminile, molto spesso costretto ad adattare prodotti maschili alla pratica del gioco, reperibili nei primi negozi di sport che stavano sorgendo nelle principali città.

Interessante notare, inoltre, come la guida tecnica delle squadre fosse sempre demandata ad allenatori maschi, spesso a fine carriera nell’universo maschile, o in cerca di un riscatto dopo un periodo difficile, a riprova di come lo sport in termini d’ emancipazione fosse ancora un percorso lungo e difficile da realizzare. In tal senso erano emblematiche le parole di Azeglio Maumary, presidente della Geas Sesto S.Giovanni, squadra destinata a segnare gli anni settanta con i suoi successi, che ancora nel 1969 affermava “il settore allenatori delle squadre femminili non è che un centro di raccolta dei residuati del settore maschile” cosa ingiusta e “controproducente” a suo parere, auspicando la genesi di una nuova generazione di allenatori ad hoc per il settore femminile “non a pigione”.

Comunque negli anni settanta il movimento femminile per club, in simbiosi con la ripresa anche della nazionale era cresciuto. Nel 1975 la Geas, dopo la finale disputata di Coppa delle Coppe dell’anno precedente sentiva la necessità di un impianto più capiente della palestra scolastica che riusciva a contenere più di ottocento persone. Maumary, imprenditore edile, si era offerto di costruire il nuovo impianto, qualora il comune avesse trovato il terreno nel piano regolatore, mantenendone la proprietà per un numero di anni definiti, prima di passarlo all’amministrazione pubblica. Un’idea, come si vede, che anticipava i tempi. I tempi della politica, tuttavia, non erano maturi, dilatandosi le attese, fino a far esclamare al presidente della Geas di confidare nel potere dell’avvicinarsi della data della scadenza elettorale, per risolvere la questione.

Il movimento femminile, a livello di club stava crescendo in termini di risultati agonistici, tanto sul piano nazionale che internazionale, quindi, secondo un canovaccio simile a quello del basket maschile. Fu comunque necessario aspettare il 1974 per vincere, con la nazionale, il bronzo a Cagliari, seguito da un quarto posto ai mondiali dell’anno successivo, e addirittura il 1995 per raggiungere l’argento agli europei.

Ad organizzare i tornei nazionali per club era in questo periodo la Lega femminile pallacanestro, sebbene sempre con un dialogo costante con la Federazione italiana pallacanestro, seguendone le linee guida, di nuovo come per il caso maschile. La Lega, acquisito il nome di Lega femminile basket, giunse ad annoverare circa 100 società iscritte, distribuite su tutto lo spettro nazionale, senza vuoti regionali, circa 2.000 tesserate senior, 7.000 inserite nel movimento giovanile e più di 10000 a livello di minibasket, con un bacino di spettatori superiore ai 200.000 a stagione nei vari palazzi dello sport. Numeri significativi, ma ancora ben lontani da quelli dei principali movimenti sportivi nazionali, non solo maschili, ma anche femminili.

Il radicamento sul territorio, inoltre, fu da subito, sbilanciato verso le regioni del nord, aprendosi poi progressivamente verso quelle del centro, e solo con grande ritardo e lentezza verso il sud. Nell’estate del 1969 la rivista “I Giganti del Basket” dava notizia dei vari tornei estivi sparsi per lo stivale: a fronte dei venticinque tornei maschili ne figuravano, e non tutti confermati, solo otto femminili. Tuttavia era interessante come tra questi figurassero località quali Avellino, Messina, Ragusa e Bari, oltre a Trieste, Sesto S.Giovanni e Sanremo. Segnale che qualcosa si stava muovendo: accanto a località turistiche che usavano lo sport estivo come attrattiva infatti figuravano realtà di provincia dove lo sport era vissuto come trampolino di apertura verso la modernità.

A dominare erano, oltre ai grandi capoluoghi come Milano Torino o Bologna, realtà di provincia come Sesto San Giovanni, Vicenza, Faenza e Treviso. Questo risultava interessante, visto che nell’area metropolitana il processo di emancipazione femminile, in teoria, doveva essere più rapido rispetto alla lentezza della provincia.

La pallacanestro femminile, al contrario, in provincia ebbe una duplice valenza, apparentemente divergente: da un lato prese le distanze dalla tradizione delle origini, esaltando i tratti agonistici del gioco e così provò a colmare il fossato che lo divideva dal mondo maschile, assumendo anche tratti più androgini; dall’altro, al contrario, la pratica sportiva del basket in provincia non recise del tutto il legame educativo attribuito allo sport in età liberale prima e fascista poi, di cui la ginnastica era stata depositaria. La provincia risultò come la naturale prosecuzione di una vocazione dilettantistica ed educativo morale da affidare alla pratica sportiva, tanto maschile che femminile, di fronte alle spinte verso un più marcato professionismo, imitazione del mondo anglosassone, espresso dalle aree metropolitane. Inoltre il basket, in generale, e quello femminile per le ridotte necessità economiche, permisero a piccole realtà di provincia di emergere a livello nazionale, e talora internazionale, dando lustro all’identità della piccola patria, propria dell’Italia dei mille campanili.

Con la rivoluzione di genere e generazionale introdotta dal ’68, gli anni settanta segnarono alcuni cambiamenti significativi per la pallacanestro femminile. Il basket in rosa, era rimasto un fenomeno troppo elitario, in termini di praticanti e spettatori. La rivoluzione tecnica infatti non aveva da sola pagato in termini di popolarità. Investire nel basket diveniva difficile. I tratti androgini delle giocatrici, ereditati dal decennio precedente, indiretto orgoglio di un percorso di equiparazione alla pratica maschile, iniziarono a scolorire, per lasciare il posto ad una rivalutata estetica delle ragazze sul rettangolo di gioco. Non essendo più in discussione una valenza agonistica della pratica da difendere, si poteva finalmente tornare ad esibire la bellezza fisica come elemento di spettacolo. A traino del cambiamento dei costumi il basket femminile iniziò a mostrare atlete in canottiera e mini hot pant, fino a qualche decennio prima impensabili, capelli sempre più lunghi al posto di tagli più maschili, e perfino un filo di trucco. La bellezza delle atlete non era più nascosta né in competizione con la loro bravura. Emblema in tal senso fu Mabel Bocchi, eletta miglior giocatrice del mondo, brava, ma anche bella. La Bocchi si era formata ad Avellino, ma era nella Geas che era esplosa.

Si cercava di aprire verso una maggiore attrattiva dello sport della palla a spicchi in rosa, avvicinando anche la galassia maschile senza spaventarla per l’“imponente stazza fisica”, non sempre aggraziata, delle giocatrici. Il tratto androgino, infatti, che da un lato, aveva avvantaggiato la pratica del basket femminile, verso una crescita che lo allontanasse da una mera visione da educande, dall’altro aveva finito anche per isolarlo: finiva infatti per essere spesso visto come una brutta copia di quello maschile, senza una propria originalità specifica.

Il basket, così, provò a inserirsi in tale percorso riscoprendo la femminilità delle atlete e per il loro tramite la bellezza del gioco. Nelle riviste specializzata di basket, come “I Giganti” o “Super Basket”, lo spazio dedicato alla pallacanestro rosa fu sempre residuale e minimale. Nei pochi momenti in cui si centrava l’attenzione su alcuni eventi o su singoli protagoniste, non lo si faceva tanto per evidenziarne le capacità, ma per sottolinearne la normalità. Nelle interviste, poche, non si insisteva sugli aspetti tecnici, ma sul fatto che le protagoniste avessero una vita normale, con fidanzati, fatta di cucina, di civetterie femminili e desiderio di maternità. Le foto stesse che le riproducevano accanto a quelle de rettangolo di gioco le ritraeva nel pieno della loro femminilità, quasi con un vezzo di morigerata civetteria.

Da un lato era il frutto di una cultura benpensante che tendeva a riportare nel recinto del focolare domestico queste ragazze che per la loro pratica sportiva avrebbero potuto rompere gli schemi convenzionali e per la prestanza atletica quasi intimorivano l’universo maschile. Dall’altro, per scardinare tale luogo comune, si enfatizzava la normalità di tali ragazze, non diverse da tutte le loro coetanee. Ma al di là degli sforzi compiuti negli anni settanta di riscoprire l’aspetto estetico delle atlete il basket rimase uno sport poco attrattivo per gli spettatori, riprova indiretta di un marcato maschilismo voyeuristico difficile da scardinare. Allo stesso tempo era il segnale indiretto delle mancate risposte in termini di emancipazione femminile sottese al basket, di fronte alle sue pur grandi potenzialità.

Il mondo della cultura, del resto, in modo emblematico non si appassionò quasi per niente al basket femminile, diversamente da quanto fatto con altre discipline sportive.

Uno dei problemi principale del basket femminile era rappresentato dalla mancanza di capitali, dalla quasi totale assenza di managerialità professionistica, per cui si era rimasti alle “ragazze di parrocchia”, diversamente dal settore maschile dove i successi della nazionale, insieme con la riapertura agli stranieri avevano segnato una nuova frontiera, secondo Luisito Trevisan, coach della Geas.

L’arrivo delle giocatrici straniere infatti, nel 1981, segnò una rivoluzione, voluta dalla Fip, unitamente alla riforma dei campionati. Non solo a livello sportivo, con l’inizio di una stagione di successi internazionali, come quelli di Vicenza, ma anche di costume. Poteva dirsi finita la stagione della pallacanestro femminile al cui posto subentrava il basket in rosa. L’arrivo delle giocatrici straniere riuscì ad incidere sul piano del gioco ma anche a contribuire all’introduzione di trasformazioni strutturali nell’emancipazione femminile, per il tramite dello sport. I club del settore femminile italiano, tuttavia, non si spinsero verso il modello manageriale professionistico proprio degli Usa, né per innovarlo né per replicarlo, cosa che forse, avrebbe potuto contribuire ad un rinnovata concezione delle atlete e, per il loro tramite, della donna, ma al contrario, in nome di un conservatorismo tipico della provincia, proseguirono nel solco del familismo gestionale in nome di un tradizionalismo etico e sociale proprio delle origini della pallacanestro femminile.

Inizialmente si poteva tesserare una giocatrice straniera in campionato e due in coppa. Di nuovo, il motore dei principali cambiamenti del movimento, ruotava intorno al ruolo di indirizzo dello Stato, per il tramite della Federazione, al cui interno forti erano gli influssi delle principali forze partitiche. Il vero baricentro del movimento fu e rimase infatti nel tempo non tanto la Lega quanto piuttosto la Federazione, incastonata nel Coni.

La rivoluzione del basket femminile finì per coincidere con le trasformazioni sociali degli anni ottanta, di cui furono un portato. Emblematico che di fronte al forte impatto mediatico delle tv l’evento tra i più significativi, in tal senso, per il basket femminile italiano fu l’apparizione televisiva della ormai ex cestista Mabel Bocchi al fianco di Aldo Giordani nella conduzione del segmento di Domenica sportiva dedicato al basket maschile. Era il frutto della sintesi tra bravura e avvenenza che si sommavano nella Bocchi. Tuttavia, in linea con il resto della tv del tempo, la ex giocatrice non aveva un suo spazio autonomo, ma si limitava alla funzione di leggere i risultati del campionato maschile, senza alcuna menzione di quelli del femminile. Continuarono a mancare riviste o trasmissioni o anche solo rubriche radiotelevisive dedicate appositamente al basket femminile. Unica eccezione fu l’uscita dell’album delle figurine del campionato nazionale italiano.

Conclusioni

Di recente a partire dagli anni novanta il mondo della pallacanestro femminile ha conosciuto un nuovo rilancio, non tanto il termini di seguito e di visibilità, quanto a partire dai suoi praticanti. La crescita tecnica delle atlete è stata sensibile, come lo sbarco di giocatrici italiane nel pianeta della Wnba, la lega professionistica americana, sta a significare. Accanto a questo emerge l’importanza riservata all’elemento estetico da parte della pallacanestro femminile, come l’elezione a Miss Italia di una cestista sta a testimoniare. Questa ambiguità di fondo del basket in rosa si presta a duplici chiavi di lettura: da un lato indiretta procrastinazione di una tendenza maschilista, in cui il lato estetico affianca e spesso supera quello tecnico agonistico, neanche troppo velata conferma di un processo di emancipazione femminile ancora da completare, di cui il basket in parte è stato motore ed da cuiin parte ne è rimasto schiacciato. Dall’altro, al contrario, passo significativo verso una originale emancipazione in cui estetica e tecnica coesistono; indiretta conferma che l’autonomia di genere, anche grazie al basket, nel suo piccolo, pur avendo ancora strada da percorrere, dopo una serie di strappi generazionali, è riuscita a consolidarsi.

La scelta del basket femminile di inseguire una propria autonomia, seppur limitatamente all’aspetto tecnico, aveva avuto nella impostazione androgina un potenziale volano originale per contribuire, attraverso lo sport e in modo originale, all’emancipazione del mondo femminile in Italia. Quest’opportunità finì per essere in parte mancata. Il recupero dei canoni estetici delle atlete, come strumento di possibile rilancio della disciplina, segnò di nuovo un’occasione solo parzialmente colta di emancipazione femminile, provenendo più dalla galassia maschile (nelle cui mani è sempre saldamente rimasta la guida del movimento) che da quella femminile, come consapevole presa di coscienza della donna. Il basket femminile in Italia, tuttavia, pur tra queste contraddizioni, per la sua natura, la sua connotazione e la sua storia, ha accompagnato e influito sulla lunga marcia verso l’emancipazione di genere e di parità dei sessi.